venerdì 16 settembre 2011

VIDEOGAMES UMANI: GUILLIAME REYMOND

Magnetico. Semplicemente magnetico. Quello che Next vi propone oggi sono i lavori dell'artista franco-svizzero Guillaume Reymond. Un pazzo, un visionario che è riuscito a rendere omaggio alla preistoria dei giochi digitali in un modo totalmente innovativo. 

Come? semplicemente recitandoli, nel vero senso della parola. Chi di noi non ha mai giocato a Pacman, a Tetris, a Space Invaders? Bene, Reymond è riuscito a realizzare delle performance di massa, dove le sue doti di coreografo sprigionano tutta la loro creatività.

Gli attori di Reymond sono dei veri pixel umani, ed incarnano proprio il ruolo degli elementi puntiformi che compongono le immagini digitali. I suoi lavori sono tutti realizzati in stop motion, montando una serie di immagini fisse, per la realizzazione delle quali sono necessarie ore ed ore di lavoro. La platea di un teatro ripresa dall’alto diventa il set di queste stravaganti creazioni.

Reymond fa muovere i suoi figuranti da un sedile all’altro in modo da ricreare con estrema precisione le schermate dei sempreverdi del gioco digitale. Nel 2007 con uno dei suoi lavori, The Original Human Tetris, è riuscito ad accaparrarsi
il premio YouTube Awards come vincitore per la categoria "filmato più creativo dell'anno". Perfetti esempi dI arte usa e getta, le opere di Raymond strizzano l’occhio ai concetti di base del NeoPop e della Pop Art, adattandosi perfettamente all’esposizione in quella enorme ed eterogenea galleria moderna chiamata Youtube.

Adesso basta con le presentazioni, oggi abbiamo deciso di farci da parte e di lasciar parlare i lavori di questo formidabile visivo della cinepresa. I video che vi presentiamo, fanno parte del progetto Game Over, una delle ultime fatiche di Reymond. E' tutto. Buona visione. 

THE ORIGINAL HUMAN TETRIS PERFORMANCE
http://www.youtube.com/watch?v=G0LtUX_6IXY&feature=player_embedded

(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)

martedì 6 settembre 2011

LSD E VOGLIA D'INFANZIA: SANDRINE ESTRADE BOULET



"Ho visto un lupo mannaro sorseggiare una pina colada al Trader Vic's, i suoi capelli erano perfetti" così cantava Warren Zevon nel lontano 1978. Cosa c'entra questo con l'intervento di oggi? Quasi niente. Anzi forse un pò c'entra. C'entra con la quantità di immaginazione e fantasia che alcuni artisti impiegano nella creazione dei loro lavori. Oggi Next vi parla nuovamente di street art, in una delle sue forme più schiette e genuine. Solo fantasia, nulla di più. Proprio nei pressi dello storico Trader Vic's di Londra l'artista visiva di cui parleremo oggi ha realizzato il primo di una serie di molti lavori.

Questa persona a parte lo smisurato bagaglio di fantasia ed il Trader Vic's non ha nient'altro in comune con Warren Zevon. Senza dubbio però questa artista è l'unica che sarebbe capace di dare vita alla visione del cantante statunitense. Il suo nome è Sandrine Estrade Boulet ed è una artista francese di 41 anni capace di catturare e stravolgere gli ordinari scenari urbani che tutti i giorni calpestiamo, viviamo, percorriamo, colorandoli con un tocco di fantasia rosa.


Non si tratta di vera e propria street art ma di un suo interessante superamento. Sandrine è solita aggirarsi per le più grandi metropoli del mondo munita di macchina fotografica. Appena sotto i suoi occhi si posa uno scenario giudicato interessante arriva lo scatto. L'immagine digitale poi viene ridipinta dall'artista sul proprio computer. Di colpo un marciapiede, una siepe, un tetro palazzo signorile si trasformano in creature animate.

E così ragazze pon pon nascono da due sottili ciuffetti d'erba, un'asse da stiro abbandonata si trasforma in una farfalla gigante, un ombrello rotto diviene in un attimo la gonna di una ragazza alzata dal vento. Così procede in un crescendo psichedelico giungendo all'ultimo gradino di questo colorato climax ascendente: un albero pubico che cinge il sesso di una ragazza nuda alta come un palazzo. Qui trovate alcuni dei suoi lavori.

Restando in tema di citazioni musicali possiamo affermate che i lavori di un'artista del genere vanno senz'altro goduti con un sottofondo musicale adeguato. Consigliamo Lucy In The Sky With Diamonds dei Beatles, si tratta infatti di un vero e proprio trip immaginario fra creature surreali e innesti fantasiosi che solo un inno all'acido lisergico, l'LSD, può permettere di apprezzare pienamente. Come la Lucy dei Beatles Sandrine sembra aggirarsi fra palazzi, cemento, pistoni, sguardi bassi e gambe frettolose, camminando mezzo metro sopra al livello del suolo, con la testa rivolta all'insù in cerca di mostri rosa e palazzi parlanti.

Una volta scesa dai suoi cieli di marmellata e dai suoi diamanti Sandrine ci riesce a trascinare ancora una voltà nell'onirico dell'infanzia regalandoci cinque minuti di estrema tenerezza e assuefazione. Così strizzando un occhio a Duchamps e l'altro ai dadaisti questa artista dipinge il suo mondo dando alla fantasia l'impressione di essere ancora una volta e per sempre, l'unica padrona del reale. Che poi reale non è.

(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)

domenica 4 settembre 2011

VORMANN: MATTONI DI LEGO RIPARANO I MURI DELLE CITTÀ



Un altro brillante caso di street art infetta e percorre le strade, le case, i muri delle grandi città europee come quelli del campanilismo all'italiana. Jan Vormann, un artista tedesco di 27 anni è riuscito a cucire i mondi del gioco, le dimensioni infantili del costruire e del sognare con quella solida e maggiormente seriosa della vita reale. In che maniera? Compenetrando e letteralmente incastrando questi due mondi apparentemente inconcepibili, l'uno con l'altro.

New York, Tel Aviv, Barcellona, Berlino, Belgrado ed anche l'italianissimo paesino di Bocchignano sono stati toccati dalla mano del giovane che quì ha sparso il seme di una nuova idea. Il progetto di Jan Vormann, i suoi Dispatchworks, sono nati proprio in Italia qualche anno fa mentre il nostro passeggiava nel borgo medievale di Bocchignano nei pressi di Roma. Qui Vormann è stato ispirato dal principio dell'utile che sorreggeva la costruzione dei muri del borgo. Le pietre utilizzate per i muri infatti erano tutte di natura irregolare ed ognuna era diversa dall'altra. Necessità, non design.

Questo gli permise di notare come ai costruttori delle antiche mura non importava la forma, il colore o la composizione dei mattoni, bastava infatti che questi riempissero i buchi e assicurassero la stabilità del muro. Questo semplice principio è stato unito al mondo ludico della costruzione infantile, i mattoncini Lego. Riempire con mattoncini Lego le crepe, i fori, i vuoti presenti nei muri di
alcuni dei più significativi conglomerati urbani del globo. Questo l'obiettivo.

Inutile dire che il risultato finale è qualcosa di incredibile. I fori delle pallottole della Seconda Guerra Mondiale sui muri di Berlino, le cicatrici di una delle esplosioni di violenza maggiori della storia dell'uomo, sono state riparate con tanti coloratissimi mattoncini Lego, ognuno di un colore diverso. L'intonaco decadente dei grigi muri del Bronx, le esotiche mura soffiate dal vento di Tel Aviv, le duecentesche pietre di Bocchignano, tutto è stato cosparso di una vena di colore nuova, surreale, moderna ed ironica.

Vivaci pixel rettangolari, spigolosi si innestano sulle pietre ed i mattoni di tutto il mondo. Un linguaggio basato sul protocollo comune di un infanzia vissuta e lontana ma ancora viva e degna di riemergere dalle viscere del cemento e del bitume ferroso delle città. Niente di più semplice e lineare. Come un istante di illuminazione, come un fiore cresciuto sul freddo acciaio di una rotaia. Come un sorriso, quello che si dipingeva sul nostro volto di bambini quando, frugando in fondo alla scatola, trovavamo il pezzo mancante per la nostra costruzione di Lego. Questo sorriso adesso rivive ancora, strappatoci da Vormann, alla vista di una delle sue creazioni.


(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)

giovedì 1 settembre 2011

UNA BARBIE TUTTA SESSO, VIOLENZA E PERVERSIONE



La Barbie è stata disegnata indubbiamente per essere la donna che ogni ragazza avrebbe voluto essere e quella che ogni uomo avrebbe voluto portare nel proprio letto. Il corpo sinuoso, il miraggio platinato quanto irreale dei lunghi capelli biondi, il seno prorompente e scattante, una vita stretta ed una pancia plasticamente arata da ogni imperfezione.

Con questi presupposti negli States degli anni '50, quelli del boom economico, della Ford, delle villette a schiera e della minigonna, si affermò un nuovo ideale di femminilità che sarebbe stato croce e delizia di feticisti ed insicuri, collezionisti e bambini. Una prorompente donna in miniatura che sprizza sensualità e che lascia intravedere lunghe ed atletiche cosce che terminano idealmente nella zona pubica dove si scopre l'arcano della totale assenza di genitali.

Una Barbie eterna vergine da ormai 50 anni, una vergine che però flirta, ha dei figli, lavora, va al mare, guida aerei ed ama gli animali. In questo silente patto di sottintesa quanto incoerente purezza, di mistero mai svelato si insinua Mariel Clayton, fotografa 31enne dell'Ontario, con un solo obiettivo: immortalare la vita sessuale della ragazza senza genitali.

La Barbie fotografata e scoperta dalla Clayton è diversa. Si è trasformata in una sociopatica, frustrata dall'eterno ammiccamento verso un coito mai consumato. Così uccide, impicca, decapita, taglia e cuce le facce degli uomini che la circondano. Dall'irriverente quanto crudo obiettivo della Clayton la osserviamo fare sesso con uomini che poco dopo sgozza. La vediamo mentre schiavizza i poveri eunuchi del suo harem, li scuoia, salvo un minuto dopo fumarsi una sigaretta nuda su un divano di pelle. Cliccate qui per alcune immagini.

Non stiamo scherzando. Tutte le
immagini descritte sono state minuziosamente allestite in minuscoli set fotografici, ricchi di ogni dettaglio scenico e fotografati dalla Clayton. Una ragazza con la passione per i tabù, fosse anche l'ultimo del mondo, fosse anche la vita sessuale delle bambole. Così viene svelato, sfigurato e capovolto uno dei mille miti d'oltre oceano. Come gli anni '50 dell'America sono stati turbati dall'ondata di omicidi per mano dei serial killer degli anni '70. Come i pancake alla glassa di provincia sono stati rimpiazzati dall' lsd e dall'eroina delle grandi metropoli, come Roosvelt è stato seguito dal maccartismo e dal Vietnam, così Barbie è semplicemente impazzita.

Un ulteriore dimostrazione del fallimento del sogno americano oppure semplicemente voglia di correre con la fantasia? Nelle opere di Mariel Clayton ci può essere tutto. C'è qualcosa di perverso, di malsano e di affascinante nei suoi lavori. Qualcosa come mordere la carta stagnola coi denti, come tentare di scoprire se Step e Babi di Moccia si sono sposati e hanno avuto dei figli e sopratutto se hanno acceso un mutuo per comprare i 5 vani dove ipoteticamente potrebbero vivere.

Dopo il sogno, dopo la plastica, viene il reale, l'uomo, la donna in questo caso, coi suoi limiti e la sua brutta follia animale. Anche perchè tutto quello che la Clayton raffigura nei suoi lavori, se ci pensate bene, in qualche parte del mondo, in epoche diverse, è successo davvero o forse sta succedendo mentre leggete.

(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)

lunedì 29 agosto 2011

FLYCHELANGELO: ARTE VISIVA O PUGNO DI MOSCHE?



Flychelangelo. Una crasi. L'unione di due parole: Fly, mosca in inglese, e Michelangelo, non il Buonarroti come molti credono, ma il Pistoletto, massimo esponente dell'Arte povera. Questo è tutto quello che sappiamo di uno degli artisti visivi più in voga all'interno del web.

Le sue opere sono definite da molti come un compendio tridimensionale di arte visiva, un'arte che dalla morte trae nuova vita e acquista una dinamicità insospettabile. Questa misteriosa figura realizza i suoi lavori con della carta, una matita e delle mosche morte, riuscendo a proiettare lo spettatore in una dimensione di antropomorfa vitalità.

Vere e proprie situazioni immaginarie al limite del fumettistico e del visionario. Prima il foglio, candido, immacolato. Poi alcune mosche morte su di esso. L'autore di questi lavori sfrutta la posizione che questo insetto assume dopo la morte, le zampe infatti si ritirano al di sotto del ventre, rendendosi invisibili all'occhio. 

Dopo giunge la matita, che dona nuova vita a questi insetti morti inserendoli in una quotidianità tridimensionale del tutto originale. Non zampe ma piedi e mani disegnate che permettono alle mosche di vagare libere di esprimersi nello spazio del foglio. Qui una galleria di immagini.

Nascono così ironiche vignette che vedono le mosche in coda per la
toilette, in fila prima di un tuffo in piscina, forsennate durante l'accoppiamento ad una festa, oppure in compagnia durante una virile minzione di gruppo. Non sappiamo se l'intento dell'autore fosse quello di lanciare uno specifico messaggio o di creare qualcosa dall'estremo impatto visivo.

Bisogna comunque riconoscere il merito della fantasia a questo personaggio (o personaggi) del web che volontariamente o meno sono riusciti a produrre una sensazione che nasce dall'ossimoro della vitalità della morte. Mosche morte che, travestite da esseri umani, rivivono. Una velata critica verso il quotidiano e la prevedibilità esasperata dell'uomo? Un'ode nonchè un'esaltazione della fantasia dell'essere umano? Oppure semplicemente una brillante trovata?

Next ha cercato di fare un pò di chiarezza. L'idea di queste rappresentazioni nasce nel più prosaico e distaccato mondo pubblicitario tedesco. Dunque un brillante grafico pubblicitario piuttosto che la mente creativa di qualche lupo solitario del visionario. L'idea nasce all'interno della campagna pubblicitaria realizzata nel Settembre 2009 dalla Heye Group (un'agenzia pubblicitaria tedesca) per un insetticida, il Globol Insekten Spray. Il disegno dello spray accompagnava situazioni dove mosche umanizzate (che poi saranno ribattezzate mosche di Flychelangelo) giacevano morte stecchite a causa del vapore dell'insetticida.

Questa idea deve essere particolarmente piaciuta al nostro Flychelangelo che ha messo in circolazione sulla rete una ventina di interessanti lavori che vedono come protagonista un pugno di simpatiche mosche. Siamo curiosi di vedere come evolveranno i lavori del fantomatico autore, risparmiandoci, per ora, di entrare nel merito di questioni formali sul fatto che questa sia o meno arte.


(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)

domenica 28 agosto 2011

JOSHUA HARRIS ED I MOSTRI DELLA METRO

 
Nastri di cemento metropolitani percorsi da pistoni stridenti e lubrificati con in sella persone, la cui mente annega in ben altro tipo di lubrificante. Quel liquido viscido ed oleoso, morbido ed invisibile, quella noncuranza verso tutto e tutti che permette alle giornate cittadine di scorrere via lisce senza troppi intoppi.

Sotto al cemento i tunnel scavati dal Novecento e attraversati dai binari della metro, inconsapevole scrigno di sogni, passioni, angosce e desideri delle migliaia di persone che ogni giorno si lasciano cullare dal suo loculo metallico rapido come una tachicardia. 

In questo ambiente nasce la street art, la parola di chi non si fa gettare a terra dal sistema della grande Babilonia moderna e cerca di offrire allo spettatore distratto, affogato nel lubrificante delle proprie preoccupazioni, un barlume di idea, di esperienza e novità. La street art e l'arte del quotidiano, il fiore che nasce nella pattumiera, il principio di scostamento dalla
realtà che anche per un attimo riesce a sollevare la nostra attenzione e immergerci nella dimensione onirica del senza tempo. 

Questo è quello che è capitato di vedere a Next il mese scorso mentre camminavamo fra la 9° e la 10° strada in direzione Brooklyn, un piccola visione che ci ha strappato all'immensità della Grande Mela. Una creatura mostruosa si è eretta in tutti i suoi  tre metri di altezza davanti ai nostri occhi, ringhiando ed agitandosi compulsivamente con i piedi saldamente aggrappati a uno dei tanti grigi sidewalk newyorkesi. 

Joshua Allen Harris definisce quello che è il prototipo dell'artista visivo moderno. Uno che con dei sacchetti della spazzatura, con uno oggetto strappato alla quotidianità riesce a far viaggiare la fantasia. La creatura non era altro che uno dei suoi Balloon Animals composto da buste di plastica che, saldamente legate ad una grata, al passaggio sotterraneo della metro si è gonfiato riempito dai vapori e dallo spostamento d'aria del treno che percorre le vene dell'underground cittadino. Lo spettacolo è durato pochi battiti d'ali di farfalla. L'orco di polietilene si è afflosciato lentamente dibattendosi con gli ultimi gemiti, prima di soccombere. 

Per capire quello di qui parliamo provate a guardare qui. Le sculture gonfiabili di Harris hanno successo perché sono opere semplici ed efficaci: si innestano nel contesto urbano utilizzandone due degli elementi emblematici, i sacchetti di plastica ed i vapori della metropolitana. Sono prodotti di scarto che, apparentemente giunti alla fine del loro ciclo, si uniscono in una simbiosi vitale in grado di stupire; e la capacità di stupire, oggi, è veramente una dote rara.

In tutte le sue creazioni c’è sempre un elemento antropologico, l’essere vivente, mostro o animale che sia, prende vita con il soffio vitale dell'aria. Un tema questo da sempre presente nei miti della creazione delle culture antiche e preistoriche. Nulla è quindi più efficace di uno stimolo ancestrale ed irrazionale per colpire l’homo sapiens della giungla urbana, ricordandogli all'improvviso, come un illuminazione estatica, il mistero della sua creazione. 

(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)

PINAR YOLACAN: ABITI DI CARNE, MUSCOLI E BUDELLA


Viscere, placenta, budella, intestini di animali. L'aritsta turca Pinar Yolacan li ha aperti, tagliati, puliti e cuciti con velluti e sete cangianti trasformandoli in abiti sontuosi e barocchi, ispirati allo stile coloniale portoghese. Poi li ha fatti indossare alle donne dell'isola di Itaparica in Brasile e le ha messe davanti all'obiettivo.

Modelle statuarie e bellissime, dolorose rappresentazioni viventi della nuda vita dei migranti, della nuova schiavitù, carne da macello dispersa nei mari di mezzo mondo. Perchè? Semplicemente per parlare di uno dei più grossi tabù del XXI secolo: la vecchiaia. Stiamo parlando di "Maria", l'ultima opera realizzata da questa mente anatolica.

Pinar Yolacan è un' artista turca di nemmeno 30 anni della
Arms Gallery di New York. Cammina sulla fragile linea del reale come solo saprebbe fare un'agile equilibrista. Con la sua arte, con le sue opere, scava in una direzione precisa: si sporca le mani nella critica sociale, indaga la femminilità ponendo l'accento sul lato più materico e vivo della stessa.

Quest'artista ci parla di vecchiaia, raccontandocene l'estetica, senza però perdere di vista il nucleo sociologico e culturale della stessa. Pinar Yolacan supera le banali considerazioni sull'anzianità come semplice deperimento fisico, come imbruttimento di un corpo, ne studia il lato culturale, racconta come questa venga percepita differentemente a seconda della storia, della tradizione e della cultura di un paese.

Con una compostezza statuaria ed una straordinaria disinvoltura le modelle di Pinar indossano i loro abiti di carne, muscoli e budella. L'artista turca non è nuova a queste provocazioni, in un precedente lavoro "Perishable" aveva già utilizzato teste di gallina, fusi di pollo e trippe per vestire eteree signore inglesi.

Una forza espressiva rabbiosa, dove la quiete e la normalità della prima impressione vengono sostituite dal lato più vero e reale delle sue donne. Gli abiti deperiscono, come chi li sta indossando, e vi è una certa bellezza in questa esistenza così fugace, veloce, passeggera. La forza di quest'artista è che nelle sue opere si è in grado d'intravedere la violenza della verità, ma soprattutto, è nello sguardo dei suoi soggetti che si compie il grande gesto artistico: avere il coraggio di accettarsi ed accettare il fatto che vivendo, iniziamo anche a morire.
(Claudio Capanni - claudiocapanni@aol.com)